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Antropologi Nei Disastri. "engagement" E Applicazione Nello Studio Delle Catastrofi - Rimini - 12 dicembre

Venerdì 12 dicembre 2014 (ore 00:00)

(RN), Emilia Romagna, Italia

2° Convegno Nazionale della SIAA
Societa Italiana di Antropologia Applicata

CALL FOR PAPERS
Fin dal suo emergere l'antropologia dei disastri si e andata configurando come un ambito di studi dal forte afflato applicativo. Studiare le "cause profonde" delle catastrofi era considerato il presupposto per una definizione in senso piu equo e condiviso dei metodi di gestione e mitigazione usati per sventarle. La riduzione della vulnerabilita dipendeva dallo sforzo di comprenderne i fattori decisivi, che andavano ben oltre le caratteristiche fisico - tettoniche o piu genericamente "naturali" presenti nelle zone colpite. Le catastrofi cosi come i rischi a esse connessi non potevano essere considerati solo il risultato di una forza dirompente, capace di interrompere l'ordine normale delle cose. Erano processi piu radicati e avevano le proprie vere cause in quell'ordine stesso: un ordine politico, economico e sociale che, lungi dall'essere normale, mostrava il suo grado di anormalita proprio quando rendeva disastroso - per alcuni luoghi e alcune categorie di persone specialmente - l'impatto di un agente distruttivo. "Spogliare i disastri della loro naturalita ", promuovendo una visione alternativa all'approccio tecnocentrico tradizionalmente in uso nelle scienze geofisiche, ha spinto cosi gli antropologi ad esaminare i modi di sviluppo economico, le relazioni di potere sottese ai contesti locali, la vulnerabilita dei territori colpiti e spesso la storia coloniale pregressa in certe aree del pianeta, piuttosto che concentrarsi solo sugli aspetti fisici della catastrofe. Quest'approccio presupponeva il coinvolgimento "a fianco" di popolazioni considerate particolarmente vulnerabili perche soggette a forze politiche dominanti nel Sud del mondo. Ri - politicizzare le catastrofi e analizzare attentamente non tanto il rischio in se, ma i processi di costruzione sociale del rischio erano parole d'ordine in questa fase degli studi.

L'afflato politico volto al cambiamento delle cause di vulnerabilita determinanti le catastrofi e stato predominante fino all'inizio degli anni '90. Nel decennio successivo pero, per via dei finanziamenti e delle occasioni di visibilita aperte dalla International Decade for Natural Disaster Reduction IDNDR, si e assistito ad una progressiva diluizione della radicalita dell'antropologia dei disastri. Una de - radicalizzazione pero che non e stata priva di momenti di tensione, e neppure esente da eccezioni. Dibattiti interni circa la necessita di conservare uno spazio da ricercatori indipendenti hanno costellato l'intera vicenda, e a tratti vengono riproposti, soprattutto da quanti guardano con preoccupazione alla crescente popolarita che l'approccio antropologico sta assumendo all'interno delle Nazioni Unite.

Fino a che punto divenire consulenti riduce i propri spazi di autonomia, e ancora di piu deradicalizza e rischia perfino di neutralizzare l'impegno politico - applicativo originario? Un'antropologia dei disastri implicata a fianco delle comunita locali e compatibile con incarichi ufficiali di prestigio all'interno dei network internazionali di regolazione dei saperi e delle tecnicalita di gestione delle catastrofi? E piu concretamente come puo essere declinato oggi quell'afflato politico - applicativo originario in un clima di crescente "capitalismo dei disastri"? In situazioni quindi in cui si tende a utilizzare lo shock legato alla catastrofe come un'occasione per promuovere in fase ricostruttiva politiche di sfrenato liberismo economico altrimenti impopolari? Il caso di New Orleans dopo l'uragano Katrina e dello Sri Lanka post - tsunami mettono in luce simili derive. E ancora, come ripensare un proprio posizionamento da ricercatori applicati in un clima in cui e in aumento l'uso politico della scienza che studia i disastri? Il processo alla Commissione Grandi Rischi nel caso del terremoto de L'Aquila mostra gli aspetti controversi di una strumentalizzazione dei saperi scientifici tecnico - consulenziali; cosa che era gia accaduta d'altronde nell'episodio drammatico della diga del Vajont.

Questa sessione intende sondare possibili risposte al nucleo di questioni qui presentate. Si incoraggiano interventi che muovano dalle problematiche menzionate ricerca, applicazione, consulenza, impegno politico, provando a declinarle nel proprio campo di studio. Si accettano sia contributi da parte di chi ha optato per uno spazio da ricercatore indipendente, sia relazioni di antropologi che hanno ricoperto un ruolo consulenziale nella gestione delle catastrofi. Cosi come sono ben accetti interventi che indaghino la possibilita di un coinvolgimento diretto dell'antropologo a fianco dei comitati di vittime dei disastri, o dentro i movimenti civico - politici che sempre piu spesso emergono in risposta ai bisogni di auto - determinazione della popolazione in fase ricostruttiva. In ogni caso e richiesta un'attenzione specifica alle dimensioni epistemologiche e politiche che orientano queste scelte, e una riflessione su come esse abbiamo influito vuoi sull'andamento della ricerca, vuoi sul processo di negoziazione/circolazione dei saperi tanto nella fase di campo quanto in quella successiva, ovvero a indagine conclusa.

Le proposte tra le 500 e le 700 parole, unitamente ad un breve CV, dovranno essere inviate all'indirizzo di e - mail del coordinatore della sessione mara.benadusi@unict.it e, contemporaneamente, anche all'indirizzo della SIAA siantropologiapplicata@gmail.com entro l'01/09/2014. I contributi dovranno contenere una sintetica descrizione del contesto di ricerca e una chiara formulazione dell'argomentazione proposta.
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Convegno

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