Chiesa di Santa Maria della Scala

Verona (Veneto)

Chiesa di Santa Maria della Scala

La chiesa di Santa Maria della Scala è un edificio religioso situato nel centro storico di Verona.

Storia

Origini della chiesa

Il 6 settembre 1324 Cangrande I della Scala donò al cittadino veneziano Marco Bettino, che rappresentava il priore generale dell'ordine dei Servi di Santa Maria, un terreno dotato di casa e orti, situato nella contrada di Sant'Andrea e di San Quirico: questo terreno venne donato affinché i Servi potessero costruire una chiesa o un oratorio. L'insediamento costituiva il terzo edificio che essi attuarono in terra veneta, dopo quello di Venezia del 1316 e quello tentato a Vicenza, ma mai portato a termine, del 1322. Questo spostamento in senso più settentrionale, rispetto alla fondazione dell'ordine in Toscana, nel XIII secolo, si deve alla politica del nuovo priore generale che in quel momento era frà Pietro da Todi. L'atto di fondazione venne stipulato da Cangrande il 6 settembre solo oralmente, e fu ratificato e convalidato con un atto notarile alcuni mesi più tardi, l'11 novembre 1324, quando aveva avuto termine la contesa che aveva opposto i servi di Santa Maria con il vicino convento dei frati minori della Chiesa di San Fermo Maggiore.

Opposizioni alla costruzione

I frati minori dei convento di San Fermo il 27 settembre 1324 si appellarono al vescovo di Verona, Tebaldo, che apparteneva all'ordine religioso degli eremitani di Sant'Agostino, opponendosi all'insediamento sia della chiesa che del convento di Santa Maria della Scala, senza però spiegare i motivi di questa opposizione. Questo appello, seguito dal vicario Guglielmo da Porto, non poté che essere rigettato in quanto mancavano motivazioni valide. I frati minori di San Fermo si opposero nuovamente appellandosi a un altro tribunale, quello del patriarca di Aquileia, Pagano della Torre, dato che la diocesi di Verona era sottoposta alla giurisdizione del patriarcato di Aquileia.

Pagano della Torre incarica dell'esame dell'intera questione il suo vicario generale e inizia il processo, che risulta essere più lungo del previsto in quanto i frati minori depositano finalmente le ragioni per l'opposizione: in quanto ordine mendicante nessun altro ordine mendicante poteva costruire in una distanza inferiore alle 140 canne (1 canna è circa 2,23 m). Questo era un privilegio che gli ordini mendicanti avevano ricevuto da papa Clemente IV nel 1268. I Servi di Maria risposero che loro non erano un ordine mendicante, in quanto né la loro costituzione, né la loro regola, che era quella di Sant'Agostino, impediva a loro di possedere beni, inoltre la distanza era superiore alle 140 canne. I Servi si opposero però alla misurazione temendo che una eventuale misurazione potesse porre in discussione il loro essere o meno mendicanti. Il tribunale decise però che la misurazione era un passo fondamentale, perché bisognava stabilire la distanza reale tra i due conventi, per poi discutere sull'essere mendicanti. Questa misurazione venne fatta il 23 marzo 1327 e risultò essere 152 canne, a cui seguì il 21 aprile dello stesso anno la sentenza favorevole del patriarca.

Motivi della costruzione

Secondo le fonti Cangrande I donò questo convento a causa della sua devozione molto spiccata verso la Vergine Maria, e, secondo i cronisti veronesi, la donazione del terreno venne effettuata come scioglimento di un voto fatto da Cangrande in occasione di una malattia contratta a Mantova (malattia che in realtà venne contratta solo successivamente alla donazione nel 1325). Il motivo si deve invece ricercare nel fatto che una fondazione di questo tipo poteva consolidare la sua posizione dal punto di vista dell'opinione pubblica ed inoltre la presenza di una chiesa definita Santa Maria della Scala, quindi portante i nomi dei signori di Verona, che poteva indubbiamente portare consenso e fama a tutta la sua famiglia.

La fabbrica della chiesa

La chiesa venne consacrata il 6 dicembre 1329, dopo la consacrazione del cimitero e degli altari.

La fabbrica della chiesa continuò per tutto il XIV e XV secolo, e le fasi costruttive si ricostruiscono tramite i registri della chiesa con le entrate e le uscite e che si trovano negli archivi di Stato di Verona. Si sa che tra il 1341 e 1342 furono costruiti e consacrati tre altari: l'altare del Volto Santo, di San Giorgio e di Santa Maria Maddalena, mentre tra il 1343 e 1345 venne costruito il campanile, la cui campana venne comprata nel 1348 a Venezia.

Nel 1344 venne completata la cappella di San Giovanni Battista, mentre l'abside di destra venne completato nel 1362, quello centrale nel 1391, e quello di sinistra nel 1416: parallelamente alla costruzione venne effettuata la costruzione del convento. I Servi si resero subito conto che l'appezzamento donato non era sufficiente ad ospitare sia la chiesa e sia il convento così, nel 1326, quando la causa era ancora in corso, comprarono nella contrada Sant'Andrea un appezzamento su cui edificarono la cucina e il refettorio. Nel 1329 ricevettero in donazione un terreno adiacente all'ultimo comprato da parte di Alberto II e Mastino II della Scala.

Il chiostro e il refettorio furono completati tra il 1341 e 1342, però a partire dal 1352 assistiamo alla fabbrica di un secondo convento al di là della strada (in via Stella), legato al precedente da un passaggio pensile di legno, durato fino al 1945, quando fu abbattuto da un bombardamento, e da un passaggio sotterraneo. Questo allargamento è probabilmente dovuto all'ospitalità nel 1383 del Capitolo Generale, che vedeva la presenza non solo del Priore Generale, ma di tutti i Priori Provinciali e di quelli conventuali. Questo secondo convento vide la presenza di un secondo chiostro, costruito nel 1410, per volontà del nuovo Priore, che nel 1422 dispose anche l'allargamento del dormitorio, dato che volle istituire un noviziato per giovani provenienti dall'Italia e dalla Germania.

Gli interventi successivi

Verso la metà del XVI secolo e nel XVII secolo vennero costruite una serie di cappelle, di cui rimangono solo le paraste, uniche a non essere distrutte nel bombardamento del 1945. Un forte rimaneggiamento venne subito nel XVIII secolo, quando venne alzato il soffitto e inserite una serie di finestre, che probabilmente erano state eliminate con la creazione delle cappelle. Ovviamente veniva a crearsi una discrepanza nella facciata che venne ad essere coperta da uno strato di intonaco, lasciando libero solo il portale. Questo intonaco cadde per colpa di un fulmine nel 1900, risvegliando il ricordo della facciata originale, che venne fatta mettere in luce da don Antonio Calabrese.

Nel gennaio del 1945 il bombardamento colpì il tetto di Santa Maria della Scala, lasciando però integre le tre absidi, l'altare della Madonna delle Grazie e l'altare immediatamente di fronte. La chiesa venne poi ricostruita, scoprendo nuovi affreschi nell'abside centrale: l'inaugurazione avvenne nel 1948.

Il campanile ospita cinque campane accordate secondo la scala musicale di Fa diesis 3, posseggono notevole interesse per le caratteristiche acustiche e decorative. La maggiore è stata fusa nel 1827, la seconda nel 1894, la terza nel 1444, la quarta nel 1547 e la piccola nel 1894. Già nel 1550 i bronzi erano 5. Dal 1895 esiste una rinomata squadra locale che le suona secondo la tecnica dei concerti di Campane alla veronese.

La cappella Guantieri

La cappella Guantieri ha oggi un aspetto diverso rispetto al quello del 1850, dedotto questo da storiche guide della città: nella prima campata dovevano esserci due altari, di cui uno di Antonio Elenetti, che presentava la figura di Sant'Antonio da Padova, ed entrambi erano appoggiati a una struttura divisoria che impediva la visione della seconda parte della campata, a cui però era possibile accedere attraverso una porta.

Le pareti non si presentavano affrescate ma coperte da calce, la quale fu utilizzata in occasione della peste che nel 1630 aveva colpito la città di Verona. Nel 1854 il sacerdote che reggeva la chiesa di Santa Maria della Scala, don Luigi Piva, si accorse come al di sotto dell'intonaco esistevano degli affreschi: venne eliminata la calce e fu cambiato il nome alla cappella in cappella del Cristo. Inizialmente si pensava che gli affreschi fossero stati opera di Stefano da Verona. Nella parete destra erano rappresentate scene della vita di San Girolamo, mentre sulla parete sinistra di San Filippo (priore generale dei Servi di Maria tra il 1267-1285).

L'arca Guantieri

Era presente nella chiesa un'arca che la storiografia veronese attribuiva ai Confalonieri, e che solamente nel 1907 si scopri essere della famiglia Guantieri. Successivamente si scoprì che all'interno dell'arca era stato sepolto Paolo Filippo Guantieri di Nicolò, podestà di Firenze, appartenente a una famiglia di banchieri risiedente nella contrada San Marco: il suo testamento ne dispose la deposizione in terra, nella stessa cappella, fino al momento della costruzione dell'arca, per cui erano stati disposti 700 ducati. Egli lasciò agli esecutori del testamento la scelta iconografica. All'esecuzione del testamento si oppose la moglie Antonia poiché gli esecutori dovevano avere un lascito di 100 ducati l'anno, ed entrò così in causa, che durò 12 anni.

Nel 1343 gli esecutori assoldarono Giovanni Badile che si impegnò a decorare la cappella e l'arca con le storie di San Girolamo. L'arco che separava le due campate doveva essere decorato con i sei profeti, mentre all'interno dell'arco doveva esserci una crocifissione con Santa Maria e San Giovanni, che venne sostituito poi con una Pietà.

L'arca risulta mancante nelle tre nicchie di tre figure, forse statue, che nel 1904 vengono definite come rubate in seguito alle spoliazioni napoleoniche. L'autore dell'arca e la datazione sono discusse nel 1342, quando l'arca era ancora in costruzione per opera di Bartolomeo da Padova, che partecipò anche alla fabbrica della facciata della Chiesa di Sant'Anastasia. La tomba è abbastanza arcaizzante, contrariamente al monumento Brenzoni o al monumento a Cortesia Serego. Lo schema presenta un'arca pensile sormontata da un arco con figure ai lati e una Madonna in trono al centro, schema tipico dell'arte di Padova. In Verona questo schema si riscontra solo nella tomba di Giovanni della Scala del 1350 e in quella di Barnaba da Morano nella Chiesa di San Fermo Maggiore dei primi del Quattrocento. Lo schema prevedeva nella parte dipinta la crocifissione di Cristo e la Resurrezione, così da legare la parte dipinta alla parte scolpita. Anche la scultura era policroma, operata sempre da Giovanni Badile nel 1443.

Il ciclo pittorico della cappella

La cappella si conserva complessivamente integra nella decorazione d'insieme, anche se si sono perse le figure di profeti, uniti al polittico ligneo di Jacopo Moranzone, che si trovava sull'altare. Si può evocare lo spazio pieno tipico delle decorazioni medievali e in particolare del periodo tardo gotico. Da notare il basamento dipinto con gli stemmi della famiglia Guantieri.

Il ciclo rappresentato risulta essere molto complesso e riguarda oltre trenta storie della vita di San Girolamo. La storia comincia in alto a sinistra e prosegue dalla parte opposta con un andamento piuttosto irregolare. Si parte dalla nascita, all'educazione con vari passaggi della sua vita, sia a Roma che in Terra santa, fino alla morte del Santo. Le storie si riferiscono alla leggenda aurea di Jacopo da Varazze, ma anche al Jeroliminianum di Giovanni d'Andrea, giurista bolognese del XIV secolo, legato all'ordine dei Servi di Maria.

La narrazione dettagliata presenta ogni scena con molta complessità e attenzione alle inquadrature architettoniche e aperture paesaggistiche. Nei paesaggi si sente una profondità che mostra gli esiti della pittura degli anni trenta e quaranta, coinvolgendo anche echi di Pisanello. Molto spazio viene dato alle architetture, che richiamano palazzi e contesti urbani legati alla tradizione altichieresca, aggiornata a modelli più moderni. Come nel monumento Serego vengono a inserirsi elementi medaglistici, e compaiono somiglianze ai disegni pisanelliani del 1430 di architetture, forse provenienti di San Giovanni in Laterano, indice di circolazione di disegni tra le botteghe. Viene anche a proporsi un gusto di profanizzazione della scena sacra.

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