Perché l’intelligenza artificiale cambierà il mondo?

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Herbert Marcuse, nel suo celebre saggio “L’uomo a una dimensione”, immaginava una società in cui l’uomo fosse libero dal lavoro, sostituito completamente dalle macchine.

Chi non ha mai sognato un mondo liberato dall’onere del lavoro? Un mondo dove gli esseri umani, esentati dal dovere di produrre per sopravvivere, possano dedicare tutto il loro tempo libero alle attività che li appassionano di più: arte, musica, viaggi, sport, o magari soltanto… riflettere.

Jerry Kaplan, professore della Stanford University e imprenditore, è autore di un libro che affronta questa tematica cruciale. Il suo lavoro, dal titolo “Le persone non servono: lavoro e ricchezza nell’epoca dell’intelligenza artificiale”, ha dato il via ad un dibattito.

Sul palco del Wired Next Fest 2017 il professor Kaplan ha esposto quella che è la sua idea circa il ruolo che l’intelligenza artificiale sta già avendo e avrà sempre di più nel mondo in cui viviamo, soffermandosi in modo particolare sull’impatto di tale cambiamento sul mercato del lavoro e sulle nostre abitudini di vita.

Perché cambierà il mondo del lavoro?

Secondo Kaplan molti posti di lavoro si perderanno nei prossimi anni; si tratta di lavori manuali ripetitivi o basati su analisi teoriche. Quella di Jerry Kaplan non è un’idea isolata, e non è neanche frutto di una visione distopica. Sta già avvenendo e se ne discute già da qualche anno. Ne ha parlato anche Hillary Clinton durante la campagna elettorale per le presidenziali del 2016.

L’avvento delle macchine sta rivoluzionando il lavoro, e la gig economy è parte importante di questa trasformazione.

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L’economia on demand

Quello della gig economy, altrimenti detta economia on demand, è un un modello economico che va via via diffondendosi sempre di più. Assistiamo all’aumento delle prestazioni lavorative su richiesta, anche grazie al piattaforme web dedicate, softwares e app scaricabili sugli smartphone, che mettono in comunicazione domanda e offerta.

Domanda e offerta spesso si incontrano su un terreno virtuale e la prestazione può restare virtuale, come nel caso di professioni digitali (progettazione siti web, lavori di ghostwriting); ma il servizio da virtuale può anche trasformarsi in “materiale”, come il trasporto con auto privata da un posto ad un altro oppure come l’affitto di stanze per periodi di tempo limitati (si prendano come esempio Uber e Airbnb ).

La tendenza è quella che ci porta alla scomparsa del lavoro continuativo, da svolgere all’interno dell’azienda, con un contratto a tempo indeterminato. Sempre più spesso le aziende preferiscono che la prestazione avvenga da remoto, piuttosto che in sede.

Questo modello economico ha la virtù di poter potenzialmente assorbire una parte di risorse umane che prima erano tagliate fuori dal mercato.

Il ricorso all’intelligenza artificiale condurrà a forme di lavoro sempre più flessibili; oggi questo tipo di approccio al lavoro sembra essere gradito da chi non vuole un solo datore di lavoro ma preferisce mettere a disposizione le proprie competenze sul mercato, magari lavorando da casa.
Specializzarsi in un settore tecnologico sembra essere la strada tracciata dalla rivoluzione tecnologica che si ha investiti.

Non scomparirà però il lavoro a tempo pieno, perché porta benefici sia alle aziende sia ai dipendenti; è chiaro che i lavori che richiedono attività e operazioni ripetitive, saranno svolti da intelligenze artificiali, in grado di risolvere problemi complessi ma che non richiedono qualità umane che non possono trovare surrogati negli automi, come empatia e fiducia.

Come sarà il futuro?

Uno studio del MIT dichiara che a causa dell’intelligenza artificiale nei prossimi venti anni scomparirà la metà dei lavori che conosciamo attualmente. Oggi una fetta importante del mercato del lavoro è occupata da professioni che soltanto vent’anni fa non esistevano. Questo significa che la maggior parte dei lavori futuri attualmente non possiamo immaginarli perché ancora non esistono.

Come prepararsi al futuro

Il futuro che ci aspetta sarà condizionato dalla technological unemployment, ossia la disoccupazione creata dalla mancanza di nozioni specifiche necessarie ad affrontare determinate professioni.

Kaplan sostiene che l’apprendimento diventerà un processo non più confinato alla sola età giovanile, attraverso scuole, corsi universitari e master. Anche le figure senior, entrate da anni nel settore professionale di competenza, dovranno aggiornarsi continuamente per colmare i gap di nozioni che la tecnica aggiorna in continuazione.

Dovrà necessariamente cambiare il sistema del credito. Kaplan scommette su un ruolo diverso delle banche in questo processo inarrestabile. Gli istituti di credito saranno disposti a concedere prestiti per la formazione tecnologica e per permettere ai privati di investire in innovazioni tecnologiche che abbiano un impatto sull’occupazione futura.

Sarà una decisione motivata dall’aspettativa delle banche, che è quella di creare ricchezza: potranno attendere un ritorno economico nel momento in cui l’attività sarà avviata o il soggetto avrà acquisito una professionalità pronta per essere spesa sul mercato del lavoro.

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