La gestione dei PFAS nel packaging alimentare è destinata a diventare uno dei temi più rilevanti per le aziende che producono, trasformano, importano o utilizzano materiali di imballaggio destinati al contatto con alimenti. Il Regolamento (UE) 2025/40 sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio, noto come PPWR, introduce un cambio di approccio significativo: la conformità del packaging non sarà più valutata soltanto in relazione alla funzionalità tecnica del materiale, alla riciclabilità o alla documentazione MOCA, ma anche rispetto alla presenza di sostanze per- e polifluoroalchiliche negli imballaggi destinati al contatto alimentare.
I PFAS sono una famiglia molto ampia di sostanze chimiche impiegate per conferire ai materiali proprietà di resistenza ai grassi, all’acqua, al calore e agli agenti chimici.
Nel settore packaging possono essere associati a trattamenti superficiali, rivestimenti, barriere funzionali, additivi, coadiuvanti tecnologici o contaminazioni derivanti dalla filiera delle materie prime.
La loro rilevanza regolatoria deriva dalla persistenza ambientale, dalla possibile bioaccumulabilità e dagli effetti tossicologici associati ad alcune sostanze appartenenti a questa famiglia.
Il tema non riguarda soltanto la conformità legislativa. Per il settore packaging, i PFAS rappresentano un rischio di continuità commerciale, qualifica fornitore, accesso ai mercati e reputazione. Oltre ovviamente un danno ambientale.
Un materiale tecnicamente performante, ma non adeguatamente controllato sotto il profilo chimico, può diventare non idoneo per clienti alimentari, GDO, industrie certificate secondo standard GFSI o supply chain internazionali soggette a capitolati sempre più stringenti.
Regolamento (UE) 2025/40: il nuovo requisito sui PFAS nel food contact packaging
Il Regolamento (UE) 2025/40 stabilisce nuove prescrizioni per gli imballaggi immessi sul mercato europeo. Per gli imballaggi destinati al contatto con alimenti, l’articolo 5 introduce limiti specifici relativi alla presenza di PFAS. Dal 12 agosto 2026, gli imballaggi a contatto alimentare non potranno essere immessi sul mercato se contengono PFAS in concentrazioni pari o superiori alle soglie previste dal regolamento.
Le soglie da considerare sono pari a 25 ppb per ogni PFAS misurato mediante analisi mirata, con esclusione dei PFAS polimerici dalla quantificazione; 250 ppb per la somma dei PFAS misurati mediante analisi mirata, ove applicabile previa degradazione dei precursori, sempre con esclusione dei PFAS polimerici dalla quantificazione; 50 ppm per i PFAS, includendo anche quelli in forma polimerica.
Quando il contenuto totale di fluoro supera 50 mg/kg, l’operatore economico può essere chiamato a fornire prova specifica dell’origine del fluoro misurato, distinguendo tra fluoro riconducibile a PFAS e fluoro non riconducibile a PFAS.
Questo punto è determinante: il requisito non è costruito come semplice limite di migrazione verso l’alimento, ma come controllo della presenza della sostanza nel materiale di imballaggio. Per le aziende del packaging significa dover rafforzare la qualifica delle materie prime, la valutazione dei fornitori, la documentazione tecnica, i piani analitici e la tracciabilità delle formulazioni.
Per il testo normativo ufficiale è possibile consultare il Regolamento (UE) 2025/40 sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio.
Perché i PFAS sono un rischio per le aziende del packaging
La criticità dei PFAS nasce dalla loro combinazione tra utilità tecnica e complessità regolatoria. Le proprietà che li hanno resi interessanti per il packaging, in particolare resistenza a grassi, umidità e temperature, sono le stesse che li rendono difficili da gestire sotto il profilo ambientale e tossicologico.
Per alcune categorie di materiali, come carte e cartoni trattati, coating, film, accoppiati o imballaggi con funzioni barriera, la verifica della possibile presenza di PFAS deve diventare parte integrante del sistema di controllo del prodotto.
Dal punto di vista della sicurezza alimentare, EFSA ha valutato il rischio per la salute umana legato alla presenza di PFAS negli alimenti e ha definito una dose settimanale tollerabile di gruppo per alcune sostanze considerate particolarmente rilevanti nell’esposizione umana.
Questo rafforza la necessità di una gestione preventiva lungo la filiera, perché l’imballaggio può contribuire all’esposizione complessiva del consumatore quando contiene sostanze capaci di trasferirsi o di contaminare indirettamente la matrice alimentare.
Quali aziende devono intervenire
Il tema riguarda i produttori di materiali da imballaggio, i trasformatori, gli stampatori, i converter, gli importatori, i distributori, i broker di packaging e le industrie alimentari che acquistano imballaggi destinati al contatto diretto o indiretto con gli alimenti.
La responsabilità non si limita al produttore del materiale finito. Ogni operatore della filiera deve essere in grado di dimostrare, per la propria parte di competenza, di avere valutato il rischio PFAS e di disporre di informazioni tecniche coerenti.
Le aziende più esposte sono quelle che utilizzano materiali con funzione barriera ai grassi, carte trattate per alimenti oleosi, materiali antiaderenti, coating funzionali, polimeri fluorurati, additivi ad alte prestazioni, lubrificanti o ausiliari di processo potenzialmente rilevanti.
Anche la presenza di materiale riciclato deve essere valutata con attenzione, perché può introdurre variabilità chimica e contaminazioni non sempre evidenti dalla sola documentazione commerciale.
La priorità della filiera agroalimentare non è attendere la scadenza normativa, ma costruire un percorso ordinato di valutazione. La domanda corretta non è soltanto “il mio materiale contiene PFAS?”, ma “posso dimostrare, con evidenze tecniche e documentali, che il materiale è conforme ai requisiti applicabili e alle richieste dei clienti?”.
Cosa deve fare l’azienda per prepararsi
La prima attività è la mappatura dei materiali e delle applicazioni. Ogni famiglia di prodotto deve essere valutata in funzione della destinazione d’uso, del contatto alimentare, della composizione, dei trattamenti superficiali, dei fornitori e delle sostanze intenzionalmente o potenzialmente presenti.
Senza una mappatura tecnica, il rischio è gestire i PFAS come un controllo generico, scollegato dalla reale esposizione aziendale.
La seconda attività è la revisione delle dichiarazioni dei fornitori. Le schede tecniche, le dichiarazioni MOCA, le dichiarazioni di composizione, le informazioni su additivi, coating e trattamenti devono essere aggiornate e coerenti con il requisito PPWR. Le dichiarazioni generiche di “assenza PFAS” devono essere valutate con prudenza se non sono supportate da perimetro analitico, metodo di prova, limiti di quantificazione, materiale testato e responsabilità del dichiarante.
La terza attività è la definizione di un piano analitico. Le analisi possono includere screening del fluoro totale, valutazione del fluoro organico totale e analisi mirate sui PFAS, in funzione del materiale, della tecnologia produttiva e del rischio associato.
Il piano non deve essere costruito in modo casuale, ma sulla base di una valutazione documentata del rischio chimico e della criticità applicativa del packaging.
La quarta attività è l’integrazione del tema PFAS nel sistema di gestione aziendale. La conformità non deve rimanere confinata al laboratorio o all’ufficio regolatorio.
Deve entrare nella qualifica fornitori, nell’approvazione delle materie prime, nella gestione delle modifiche, nella validazione di nuovi materiali, nel riesame delle specifiche cliente, negli audit interni e nella gestione delle non conformità.
Collegamento con BRCGS Packaging Materials e standard GFSI
Il Regolamento (UE) 2025/40 è un requisito cogente. Per le aziende del settore alimentare risulta fondamentale affidarsi a fornitori che assicurino alti livelli di sicurezza dei materiali packaging e in compliance con la cogenza.
Queste attestazioni volontarie sono riconosciute dal GFSI (Global Food Safety Initiative) a tutella dei consumatori e dei mercati, e comprendono la certificazione FSSC 22000, IFS Pack Secure e BRCGS Packaging Materials.
Come specifica Federico Pucci di Sistemi & Consulenze, che eroga servizi di consulenza per la certificazione BRCGS Packaging Materials, questi standard permettono ad un produttore di materiali per il confezionamento e contatto alimentare, di gestire efficacemente la sicurezza, qualità, autenticità e legalità dei materiali.
Tra cui la gestione di tutte le attività di sostegno alla dichiarazione al contatto alimentare in merito alla compliance al Regolamento PPWR.




